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mercoledì 16 maggio 2018

Mamme al lavoro...Perdita o ricchezza?

Assumere una mamma (e mantenerla impiegata al rientro dalla maternità) complica la vita o costituisce valore aggiunto?

Sulla bilancia due piatti:
- da una parte la mamma che chiede il permesso per l'influenza del bimbo (e pochi giorni dopo per la sua!), dall'altra la stessa mamma che ha migliorato le capacità di problem solving;
- da una parte la mamma che ha bisogno di scappare a ritirare il bimbo da scuola, dall'altra la stessa mamma dotata di una sempre maggiore agilità mentale;
- da una parte la mamma che è preoccupata per i suoi bambini dall'altra la stessa mamma che ha affinato la sua visione e gestione del cambiamento;
- da una parte la mamma che ha bisogno di chiamare dall'ufficio la baby-sitter dall'altra la stessa mamma che è diventata sapiente dosatrice di alleanze e deleghe...
- da una parte i bisogni delle mamme dall'altra parte le competenze allenate dalla maternità.



Sono convinta che pesi molto di più il piatto delle competenze (e ne ho elencate solo alcune). Se è vero che "il mestiere più difficile è quello della mamma", allora è vero anche che una mamma al lavoro può portare un nuovo set di capacità, un mix di comunicazione-empatia-creatività-decisione che è per qualsiasi datore di lavoro un patrimonio inestimabile. 

Poco dovrebbe importare, allora, se un giorno la mamma lavora da casa anziché in ufficio, se un giorno la mamma non può andare in trasferta ma si collega in videoconferenza, se un giorno la mamma chiede un part-time ma non guarda all'orologio se da casa deve inviare un'importante comunicazione email.

Per il mestiere di mamma è necessaria una flessibilità disarmante...
La stessa che è necessaria ai datori di lavoro illuminati (merce rara?). 

lunedì 17 novembre 2014

Il tempo dell'attesa...

Non pare essere della nostra società, il tempo dell'attesa.
Ma è vivendo quel tempo che si impara, si cresce, si matura.

Una grande esperienza di attesa è quella del parto, l'attesa di una nuova vita.
"Attesa e inaspettata arriva la seconda vita (...) non sei mai preparato abbastanza (...)
chi viene alla luce illumina" recita così una toccante canzone di Niccolò Fabi.

L'attesa crea dentro di noi degli spazi rari, nuovi...
Spazi di pensiero, silenzio, paure, speranze.
Nove mesi di gravidanza sembrano un'eternità
ma poi, quando si esauriscono, sembra siano stati insufficienti:
"Non sei preparato mai abbastanza ma sei pronto da sempre" dice, ancora, la stessa canzone.

L'attesa del grande amore è condita da un senso infinito
che poi nel correre quotidiano finisce per perdersi,
se non lo ravviviamo come la fiamma di un camino.

L'attesa di un lavoro è sudore, fatica, delusione, sogno...
Mentre quando il lavoro lo si trova spesso non resta che la routine.

L'attesa dell'esito di una cura è angoscia, preghiera, anelito alla salute.
E mette alla prova i sentimenti più saldi e le certezze più granitiche.

L'attesa della mamma all'asilo è per un bimbo la fiducia nella propria àncora
e la conferma di tutto il buono che si è vissuto senza di lei.

L'attesa di Babbo Natale è il tempo per dimostrare di essere buoni e meritare i regali.
E scrivere la letterina è più emozionante che scartare i doni.

L'attesa della nascita di Gesù Bambino, per chi ci crede,
è il rivivere un Miracolo che sa ancora di presente.


Io credo che recuperare il tempo dell'attesa
sia la chiave per assaporare con più gusto, oggi, tutto ciò che verrà domani.

E perché non iniziare dal gioco dell'Avvento, preparandolo per i nostri bambini,
o per i nostri mariti, i nostri amici, i nostri cari?

Il mese di dicembre che è alle porte ci offre l'opportunità del tempo dell'attesa...
Da portare avanti poi tutto l'anno.